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Diocesi di Padova - CONSIGLIO PRESBITERALE 2003-2008
Appunti per ricomporre il percorso quinquennale
1. premessa
Che cosa abbiamo tra le mani in questo momento come indicazione per guardarci attorno e capire dove siamo e verso dove andare? Viene immediato riprendere la triplice traccia che è approdata al Convegno presbiterale di Asiago (7-8-9 novembre 2007):
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Preti insieme
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per una comunità corresponsabile
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nella società in cambiamento
Le parole hanno un peso, quando veicolano “speranze e fatiche” (è il titolo del quaderno 14 dell’ISL).
A questo punto, come Consiglio presbiterale, non possiamo trovarci in una sorta di “crisi di identità”. Le espressioni citate rappresentano ciò che insieme abbiamo voluto e costruito, nel compito di discernimento che abbiamo tentato di operare. Inoltre quelle parole trasudano anche attese e resistenze della realtà variegata dei nostri vicariati. Questo CPr ha voluto il Convegno di Asiago e ha poi portato il travaglio per arrivarci.
Le tappe del percorso quinquennale (cfr. in cartella i fogli azzurri) sono ben scandite, anzi stanno a dire che il primo luogo dove si è camminato è proprio il CPr.
In “Preti insieme - per una comunità corresponsabile - nella società in cambiamento” vi sta anche l’orientamento verso cui con coraggio personale e comunitario pensare e operare da subito.
A questo dovevano servire le schede offerte alle congreghe in questo periodo del post-Asiago. Sicuramente abbiamo potuto constatare come sia incombente il pericolo di scivolare sopra ciò che tocca e urta gli atteggiamenti e i comportamenti personali e comunitari e di rimbalzare sugli aspetti strutturali.
Dunque, oggi, ci ritroviamo qui per “cogliere la portata ecclesiale e pastorale del lavoro svolto”: così è scritto nella lettera di convocazione. Ma anche per predisporci ad un “passaggio di consegne”, nella consapevolezza che sta proprio nella capacità del “passa mano” dare corpo al sogno di Chiesa che portiamo dentro. E il “passa mano” è gioco da imparare nella sinodalità.
Mi lascio ora condurre da tre domande a cui cerco di dare un’iniziale risposta, tentando di riportare considerazioni maturate anche in sede di presidenza del CPr. Questo tentativo intende essere un modesto contributo per introdurre il momento di verifica che faremo tra poco suddivisi in cinque gruppi e che confluirà nell’assemblea del pomeriggio.
2. Che cosa abbiamo fatto?
a. gli inizi
Se abbiamo gettato lo sguardo sulle date di incontro del CPr e sui temi trattati risulta un percorso non indifferente. In cartella vi è una sintesi più estesa e più completa delle tappe di questo cammino quinquennale del CPr (cfr. fogli azzurri). È anche da stupirci! Guardando la successione delle tappe si possono cogliere delle direttrici di percorso. E non solo, direi anche ciò che abbiamo avuto a cuore… Sorprende una convergenza che appare considerando l’inizio e il punto d’arrivo di questo quinquennio. È da chiedersi se non stia proprio in essa una chiave di lettura di ciò che abbiamo fatto come CPr, una sorta di “filo rosso” che solo ad un certo punto è possibile cogliere.
L’11 dicembre del 2003, nel primo incontro di attività come CPr, il Vescovo, collegandosi con il cammino del precedente Consiglio, metteva dinanzi a noi quattro punti di ricerca: pastorale d’insieme, ministeri e servizi ecclesiali, iniziazione cristiana, dimensione missionaria. In assemblea, poi, si è aperto un primo scambio di idee programmatiche. Da un insieme di interventi emergeva questa proposta: chiedersi come si possa esercitare il ministero presbiterale in un mondo che cambia.
Siamo giunti alla fine del mandato proponendo e realizzando un convegno per i preti scegliendo come motivo di fondo questa formula: Preti in un mondo che cambia.
Non penso sia solo coincidenza, ma che si debba pensare ad una “convergenza”. Dicevo “il filo rosso” di collegamento lungo tutto il cammino fatto.
Non siamo andati nei “massimi sistemi”, ma ci siamo attenuti alla vita di tutti i giorni, alle condizioni climatiche delle nostre comunità e, come dice qualcuno, dei nostri “ormoni”. Ci siamo concentrati sull’esercizio del ministero. Maturava pian piano la convinzione che per l’efficacia stessa del ministero fosse determinante “stare bene” in esso. Ricordiamo come il Vescovo con insistenza parlava di “tipologia” del prete, anzi del prete veneto, da ridisegnare.
Ma emergeva anche l’attenzione all’oggi, a quel “mondo che cambia”. Dalle verifiche fatte nelle nostre congreghe da dicembre 2006 a maggio 2007 sono state raccolte tante sollecitazioni a cambiare nel ministero, a motivo della “società in cambiamento”.
Varrebbe, dunque, la pena di interrogarsi se effettivamente come CPr abbiamo operato in noi e sollecitato gli altri confratelli a cambiare.
Dopo cinque anni ci risulta più “esercitabile” il nostro ministero?
In alcune schede di verifica del Convegno di Asiago era registrata una sensazione positiva circa l’essere preti. Si diceva: in questi giorni ci siamo trovati bene fianco a fianco con le fatiche di ognuno messe accanto a quelle degli altri.
b. tre fattori di cambiamento
Abbiamo promosso come CPr tre fattori di cambiamento nell’esercizio del ministero. Essi scandiscono il percorso compiuto. Abbiamo visto la possibilità di un cambiamento positivo attivando una pastorale d’insieme, una ministerialità ecclesiale più diffusa, soprattutto laicale, infine il rispetto e la cura delle nostre persone.
L’incontro congiunto tra CPr e vicari foranei, il 12 febbraio 2004, ha confermato e rilanciato la “pastorale d’insieme” come strategia dei “piccoli passi” o dei “passi germinali”. È il primo fattore di cambiamento. Un rapporto più convinto tra parrocchie e vicariato apparve allora come necessità per l’immediato futuro della pastorale. In questo contesto è riportata un’interessante formula: “passare dall’asse parroco-parrocchia all’asse preti-vicariato”. Significava, allora, un appello a maturare quella consapevolezza di essere “insieme” che, di fatto, rappresenta anche la grossa fatica non mai abbastanza superata.
È significativo che come “pastorale d’insieme” allora si intravedessero questi necessari sviluppi: promuovere e formare alla ministerialità, progettare la pastorale in vista della missione e sostenere forme di vita condivisa tra presbiteri.
Anche la questione dei ministeri nella Chiesa ha caratterizzato la nostra ricerca sul cambiamento dell’esercizio del ministero presbiterale. Si tratta del secondo fattore. Qui è importante rilevare che abbiamo pensato tale cambiamento non a prescindere dal contesto reale della nostra Chiesa, come un metterci da parte, in una riserva aurea, ma l’abbiamo ipotizzato come crescita sinodale della nostra Chiesa di Padova. La verifica dell’esperienza decennale del diaconato permanente (14 aprile e 9 giugno 2005) è avvenuta in questo contesto e con questa modalità. Quella circostanza di confronto e scambio all’interno del ministero ordinato tra diaconi permanenti e preti è stata anche un appello e un’indicazione di come riconoscersi nella Chiesa, di come operare pastoralmente.
Il terzo fattore di cambiamento è emerso come messa a punto della spiritualità del prete, particolarmente nelle settimane della “seconda Borca” (autunno 2004). Unificare la vita del prete, rendere essenziale il ministero, curare l’esperienza di fede… sono i motivi che ci hanno accompagnato in quella fase. Da lì anche è stata sempre ribadita l’esigenza di una umanità sana e buona da favorire in noi preti. Sono ricollegabili a questa istanza alcune iniziative che l’Istituto S. Luca ha proposto, come i periodi sabbatici, le “tre-giorni vicariali”, la “supervisione”, l’incontro tra preti in Unità pastorale, la riflessione sull’alleggerimento dei compiti amministrativi e burocratici, i ritiri sull’uso del tempo e a partire dalle relazioni affettive primarie…
La “sinodalità” non ci ha portati al piano delle enunciazioni teoriche (“la Chiesa è comunione”, “la Chiesa come casa e scuola di comunione”…), ma su quello della pratica pastorale e ministeriale, su quello del nostro vissuto.
c. una prospettiva di sintesi
Ripercorrendo a ritroso il cammino acquista tutta la sua pregnanza anche il lancio progettuale che aveva espresso il vescovo Antonio prima ancora che iniziassimo il nostro mandato, precisamente nell’assemblea diocesana di apertura dell’anno pastorale, il 6 settembre 2003:
“Ripensare e ridisegnare il volto della Chiesa nel territorio e l’organizzazione dei ministeri e servizi pastorali delle nostre parrocchie, interpellate sempre più a collaborare in rete tra loro”.
Possiamo riconoscere di aver fatto questo?
3. Come abbiamo lavorato?
a. il farsi di uno “stile”
La domanda sul “come” abbiamo portato avanti il mandato ricevuto non è di poco conto. In questi anni, in particolare dall’esperienza delle prime settimane di Borca (autunno del 2001), ci siamo resi conto che il modo con cui agiamo e il metodo che seguiamo vengono a determinare i contenuti.
Sappiamo bene che decidere e decidere da soli è più immediato, è più efficiente, ci fa perdere meno tempo. Invece la sinodalità gioca a nostro sfavore perché esige i suoi tempi, dunque un instancabile misurarsi sui passi altrui e un lasciarsi misurare da essi. Il nostro Consiglio non è mai stato affidato alle decisioni di uno. Il cammino percorso, poc’anzi richiamato, è stato come una paziente pratica di convergenze.
b. gli incontri congiunti
Abbiamo voluto l’esperienza dei cosiddetti “incontri congiunti”. Ci aveva preceduto l’incontro tra CPr e vicari foranei che si tenne a metà gennaio del 2002, quando si è tentato di raccogliere l’esperienza delle prime settimane di Borca (autunno 2001). Ricordo la fatica di quell’incontrarsi eppure lì prendeva corpo l’idea che i passi da compiere vanno maturati insieme. Si formularono i “cinque ambiti” attorno cui abbiamo cercato di concentrare attenzione e impegno successivamente e furono gli spazi dove poi, a giugno del 2002, furono collocati gli inizi dell’Istituto S. Luca.
Da allora, in modo quasi sistematico, questo nostro CPr si è fatto promotore di questa prassi comunionale. Nel 2004, il 12 febbraio, c’è stato l’incontro congiunto sulla pastorale d’insieme, sopra ricordato; poi nel 2005, il 23 febbraio, a seguito delle seconde settimane di Borca (autunno 2004), il secondo nostro incontro congiunto con i vicari foranei per “estendere il metodo sinodale” e per “ridisegnare la figura del prete”. Così maturava la convinzione che sono inseparabili le esigenze della sinodalità dall’esercizio del ministero presbiterale. In quel contesto emersero quattro espressioni che poi hanno accompagnato ininterrottamente tutto il cammino confluito nel Convegno di Asiago: 1. con voi; 2. per voi; 3. noi presbiterale; servitori della missione in comunità responsabili.
Poi è venuta la novità dell’incontro tra i due organismi, il Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale diocesano, il 4 febbraio 2006. Fu un passaggio necessario anche se avvenne con difficoltà. Fu un conoscersi a partire dalla specificità di ognuno. Si rafforzò il bisogno di canali di comunicazione tra i due organismi, non solo, ma anche di cercare appropriati luoghi e metodi di incontro e di collaborazione. La parola “sinodalità” si è venuta caricando di questa esigenza.
Va considerato il motivo che spinse a chiedere con insistenza quell’incontro congiunto, nonostante il frutto che ne venne risultò piuttosto acerbo. Come CPr eravamo giunti ad un punto di elaborazione tale da non poter più proseguire isolatamente. Ci eravamo avventurati sul terreno paludoso dei ministeri cosiddetti “di fatto”. Il CPr ebbe presto la sensazione di dover “consegnare” la propria ricerca al CPD, rimettendo ad esso anche il compito di formulare ulteriori orientamenti. Questo gesto ha comportato un valorizzarsi vicendevole da parte dei due organismi e un precisarne le specificità.
Conforme a questa prassi sinodale, ma anche riscattando le fatiche del primo appuntamento condiviso, il 23 febbraio di quest’anno, con lo stesso criterio di consegna, scambio e ricezione, abbiamo realizzato un incontro congiunto che ha messo insieme CPr, CPD e vicari foranei.
Quando il vescovo, in più occasioni, parlava di nuovo modello pastorale, dava anche queste indicazioni: “lavorare in equipe e per progetti”.
Dunque, come abbiamo lavorato? Abbiamo in questo modo esercitato la sinodalità, anche se ci rendiamo conto che come “sensibilità”, come “mentalità”, come “cultura” e come “stile di vita” deve ancora esprimersi.
È rimasta però l’esigenza di precisare ulteriormente le specificità e le consonanze che caratterizzano i diversi organismi di comunione.
Nell’incontro congiunto del 23 febbraio scorso, sono state rilevante delle sensazioni di non chiarezza e di pesantezza circa l’attività parallela del CPr e del cosiddetto Collegio dei vicari foranei. Sui motivi che giustificano l’esistenza e l’attività delle due realtà, è bene confrontarsi ancora e precisare.
Anche l’incontrarsi periodico della Presidenza è stato caratterizzato da schiettezza, dalla voglia di andare avanti, da collaborazione e senso comune di responsabilità. Si vivevano volentieri questi momenti.
b. il rapporto con le congreghe
Come abbiamo lavorato? Vi è un altro aspetto da considerare. Anche questo è una modalità costitutiva della sinodalità. Il CPr più volte ha interagito direttamente con le congreghe che si tengono in vicariato. L’incontro dell’11 maggio 2006 ha raccolto 32 interventi, di cui 17 a voce e 15 scritti. Emergevano “i passi in avanti compiuti” e “le difficoltà e le fatiche” incontrate nella realtà del vicariato. In questo contesto è avvenuta la prima proposta di un evento di incontro per tutto il presbiterio, da vivere come “punto di arrivo” del cammino percorso.
Più recentemente, proprio in preparazione al convegno di Asiago, tra dicembre 2006 e maggio 2007, 35 congreghe vicariali su 40, rispondendo all’invito del CPr, hanno lavorato sui cosiddetti “punti di non ritorno”.
Il CPr ha cercato di ispirare e di accompagnare, così, la condivisione che si compie in congrega e ha poi elaborato quanto dalla “base” era pervenuto. Proprio questo aspetto di collegamento va mantenuto e sviluppato.
Si comprende così come la comunione pur essendo il fine verso cui la Chiesa va, si configura e si struttura a più livelli anche in quello degli strumenti. A riguardo però resta da precisare ulteriormente la figura del rappresentante vicariale in Cpr, in particolare valorizzando il suo apporto nella congrega e nel vicariato. Più volte è stato auspicato che in congrega il rappresentante in CPr sia coinvolto per collaborare con il vicario foraneo in particolare al fine di esprimere vicinanza e solidarietà con i preti, sia in ordine ad alcuni servizi da prestare e adempimenti da svolgere, sia nella cura della formazione permanente.
c. il “discernimento comunitario”
A partire da una verifica sul “come” si è lavorato in CPr si può dedurre che la particolare forma di sinodalità esercitata è stata caratterizzata da quel processo che sempre più la Chiesa sente come la modalità più consona alla propria natura comunionale, quando rapportandosi alla realtà essa comunica il Vangelo “in un mondo che cambia”. Si chiama “discernimento comunitario”. Ma non è un punto d’arrivo, semmai di non-ritorno e anche cammino che ci sta dinnanzi.
4. Quali gli aspetti incompiuti?
Una certa incompiutezza caratterizza , anzi motiva tutto il cammino fatto. Così come tutto ciò che sembra già realizzato va ripreso, ricompresso, rilanciato, rinnovato… Si possono però delimitare alcuni fronti rimasti tanto scoperti…
a. la ministerialità ecclesiale-laicale
Innanzitutto c’è il fronte della ministerialità ecclesiale.
Il 2 marzo 2004 il vescovo invitava la Presidenza a sviluppare soprattutto uno dei quattro punti di ricerca maturati nell’incontro congiunto del 12 febbraio 2004 sulla pastorale d’insieme: promuovere e formare alla ministerialità. La questione si aprì il 12 maggio 2004 e impegnò il CPr fino all’incontro congiunto con il CPD del 4 febbraio 2006. Fu una lunga fase che richiese molta elaborazione. Forse è stata la fase più creativa svolta dal nostro CPr. Eppure ebbe anche un colpo d’arresto subito dopo quest’incontro. L’operazione più sinodale che abbiamo compiuto, quella che ha offerto una proposta innovativa, quella che ha conosciuto il maggior numero di consultazioni e collaborazioni, alla fine, è risultata la più incompiuta... Si era arrivati a proporre alla diocesi di riconoscere con un mandato, dopo una congrua formazione, un ministero laicale di fatto già esercitato e dai connotati comunionali. Era la figura del catechista-coordinatore. Il “gruppo di lavoro” compì allora una seria consultazione teologica e pastorale. Il progetto pastorale che ne nasceva era tra i più curati e circoscritti. Eppure, nonostante questo, il processo si arrestò. Il materiale è tutto lì ed è, pure, diventato oggetto di studio e di ricerca da parte di studenti dell’Istituto di scienze religiose. Si può azzardare una spiegazione, o meglio si può interpretare perché sia successo questo.
In realtà l’aspetto della ministerialità soprattutto laicale soffre di infarto nella nostra vicenda di Chiesa italiana. C’è qualcosa che la ustruisce. C’è chi sostiene che l’impianto pastorale è ancora troppo clericale.
Penso che lo sviluppo successivo del nostro cammino segnali che in questo aspetto come anche quello attorno cui ci siamo impegnati in questo anno pastorale (il rinnovo degli organismi di comunione) vi sta la possibilità futura di vitalità e di missionarietà delle nostre comunità.
Infatti nella terza e nella quarta proposizione di Asiago si riflette l’esigenza perseguita allora dal CPr:
“promozione di tutta la ministerialità ecclesiale” (3°) e “L’esigenza di imprimere un nuovo impulso alla ministerialità è stato percepito come autentica corresponsabilità ecclesiale” (4°).
In una lettera indirizzata a noi preti, il 19 marzo 2004, il vescovo Antonio scriveva:
“In questa stessa prospettiva si è evidenziata l’esigenza di favorire la nascita o la crescita di nuove forme di ministerialità laicale. Questo punto mi pare di decisiva importanza, per cui non lo si deve lasciar cadere”.
È in questione ancora l’esercizio del ministero presbiterale in un mondo che cambia. La corresponsabilità esercitata negli organismi di comunione resterebbe monca se la ministerialità effettiva fosse solo quella del ministero ordinato. Il NT ce lo ricorda continuamente. Nel momento in cui si ripensa al tipo di prete secondo l’esigenza della sinodalità non si può non imbattersi con l’esigenza di una più coraggiosa estensione della ministerialità ecclesiale.
b. la vita comune tra preti
Un secondo fronte incompiuto riguarda le forme di vita condivisa tra preti. Si parla anche di “vita comune”. L’esigenza c’è e assume varie tonalità. Alcune esperienze ci sono, ma restano isolate e si portano dietro alcune esitazioni strutturali. Abbiamo capito che non si tratta solo di buona volontà dei singoli che si mettono insieme. Esplicitamente nella prima proposizione di Asiago si chiede un accompagnamento che impegnerebbe il vescovo, i suoi collaboratori, gli organismi diocesani, le comunità cristiane. Ci si può chiedere quale rilevanza pastorale potrebbe avere una più incisiva azione a riguardo. Una esplicita richiesta a riguardo è emersa nell’incontro congiunto del 12 febbraio 2004 – sostenere forme di vita condivisa tra presbiteri. A questa richiesta il vescovo Antonio nella lettera ai preti del 19 marzo 2004 faceva eco così:
“È importante prendere atto con viva soddisfazione, ma altresì con senso di responsabilità, di come, nell’ottica dell’ecclesiologia e spiritualità di comunione, molte voci abbiano espresso l’aspettativa di veder sostenute e attuate forme di vita condivisa tra presbiteri. Confesso che per me è stata una bella sorpresa. Considero mio preciso dovere e impegno quello di assumere e favorire questo desiderio. E dando subito un passo concreto in tale direzione, chiedo a quei confratelli che sono disponibili di far parte di una Unità pastorale, eventualmente anche intraprendere una forma di vita comune, di farmelo sapere anche per lettera”.
c. alleggerimento degli impegni legati al ministero
Il terzo fronte da portare ancora a compimento è anche un grido sofferente: alleggerire gli incarichi amministrativo-burocratici che gravano sui presbiteri che svolgono il servizio di parroco. Già a Borca nelle settimane del 2001 emergeva dai racconti di vita questa pesantezza che spesso abbrutisce la persona del prete. Si ha la sensazione che addirittura la sua capacità creativa e anche affettiva lì venga compromessa seriamente. Alcuni tentativi di ricerca a riguardo non hanno apportato i frutti attesi. Il CPr ha semplicemente colto questo dato.
d. chi non condivide il cammino fatto
Un quarto fronte che si presenta come una questione ancora aperta riguarda un problema delicato, poiché mette in gioco in prima persona il prete in tutto lo spessore umano ed ecclesiale della sua personalità. Alcuni presbiteri non possono o non vogliono stare al passo degli altri. A volte è emerso in CPr come inquietudine e domanda: ma che fare con chi non si lascia coinvolgere nel cammino che stiamo compiendo insieme? Se aspettiamo tutti, qualcuno dice, non si arriva più. È un problema non di poco conto. Sappiamo che ci sono alcune situazioni di “autodifesa” che hanno ripercussioni nella pastorale oltre che nei rapporti interpersonali tra preti. Capire le difficoltà, le diffidenze, le resistenze di questa parte del nostro presbiterio è decisivo. Forse è a livello di incontro vicariale che risulta più facile l’avvicinamento e il coinvolgimento. Ad Asiago si è parlato di “solitudine ecclesiale” del prete.
Chiedersi fino a chi e fino a dove può arrivare il servizio del CPr è una domanda da non saltare e probabilmente da tradurre in attenzione e sollecitudine verso chi si sente estraneo ad un cammino che fin dall’inizio avrebbe dovuto essere per tutti.
Padova, 22 maggio 2008
d. Renato M.
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