Una comunità in cammino. . . verso Betlemme, “la casa del pane”.
La liturgia ci ha fatto vivere nell’ultima domenica del tempo ordinario la solen- nità di Cristo Re dell’universo. Oltre a segnare la conclusione dell’anno liturgico è tappa fondamentale, perché ogni cristiano è chiamato a volgere lo sguardo al Cri- sto, centro del proprio esistere.  La solennità di Cristo Re dell’universo chiede al credente di far emergere le pa- role di Gesù: venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò; io so- no il principio e la fine, l’Alfa e l’Omega. Volgere lo sguardo al Signore della vita è portargli quelle piccole e grandi emozioni scaturite dal nostro rapporto personale e comunitario con la Sua Parola. Sempre e solo in questo rapporto il credente legge i segni dei tempi, attraverso la consapevolezza della presenza costante del Signore.

Infine la solennità del Re dell’universo è il ponte che ci introduce nel tempo liturgi- co dell’Avvento/Natale: inizio del nuovo anno liturgico.

Tale inizio diventa il momento propizio per ripensare al senso di un ciclo cele- brativo che non si presenta a noi come un “film già visto”. È importante coglierne ogni volta la perenne “novità” che non consiste tanto nel riscoprire qualcosa di nuovo nel Natale o nella Pasqua, ma in un continua accoglienza dell’offerta di sal- vezza che ci viene da quegli eventi.  La novità consiste ancora in quell’incessante coinvolgimento, in quella risposta di fede che il Signore ogni volta ci chiede e che segna il nostro cammino di matu- razione, il nostro impegno verso una sempre più generosa scelta per Gesù Cristo.

Il periodo di Avvento non può essere solo cogliere la novità, è anche il ricordo che siamo sempre in attesa, in tensione verso. . .

Ma in attesa di chi? In tensione verso chi?  La vita è sempre attesa; tante cose attendiamo! Attendiamo la realizzazione dei nostri grandi progetti, attendiamo un mondo migliore, attendiamo la fine della cri- si economica, attendiamo un lavoro per tutti.  Tante attese racchiuse in una sola “Attesa”: l’attesa del Salvatore. L’avvento, in- fatti, ci riporta a questa “tensione” verso quel desiderio grande di dare completez- za al nostro vivere. In questo atteggiamento di tensione è necessario far risuonare nei nostri cuori le parole del Profeta: ecco, la vergine concepirà un figlio, lo darà al- la luce e lo chiamerà Emmanuele, il Dio con noi.

L’attesa, dunque, è la motivazione che ci spinge verso la completezza; l’attesa è il vento di ponente che spinge la barca della vita a prendere il largo.  C’è anche un altro modo di vivere l’attesa: è l’atteggiamento di alzare lo sguar- do, di tornare a sperare.  Oggi più che mai è necessario alzare lo sguardo, perché per tanti il passo si è fatto pesante, perché sembra che ci sia la voglia di tornare indietro (era meglio ri- manere in Egitto, almeno avevamo qualcosa da mangiare). Il cristiano, però, è ric- co di speranza, di fiducia in un Dio che si fa carne per la nostra salvezza.

Il cristiano è l’uomo dell’attesa, è la sentinella del mattino che per primo scruta l’alba del nuovo giorno. È l’uomo dell’attesa perché non si lascia sviare da attese senza senso; è orientato alla luce che irromperà nelle tenebre della notte santa donando senso pieno alle cose che vive.  Il cristiano vive l’attesa nell’atteggiamento del cercatore. Tutti siamo cercatori di Dio, tutti abbiamo bisogno di un orizzonte di senso, per dire qualcosa di vero sul nostro futuro. Ha senso sperare che ciò che desideriamo si attui; così pure ha sen- so sperare di avere successo nei singoli aspetti su cui puntiamo. C’è una speranza a livello personale e c’è una speranza a livello storico-cosmico. Il tempo e le circo- stanze sono importanti per dare un contesto e un contenuto alle nostre speranze.

Se siamo cercatori di Dio, non possiamo non ricercare la speranza; il nostro camminare è verso Betlemme: la casa del pane, la casa per tutti. Non si può vive- re il Natale senza aver prima vissuto con intensità l’attesa e il cammino; potremo così  meravigliarci  di  fronte  a  quella  grotta,  farci  scaldare  il  cuore  nel  fissare  lo sguardo sul bambino avvolto in fasce e posto nella mangiatoia. Potremo speri- mentare nel volto di Maria il dono che Dio ha fatto all’umanità. Potremo contem- plare nel falegname di Nazaret l’accoglienza del mistero di salvezza.

L’attesa ci apre un orizzonte completamente nuovo: l’orizzonte di una vita do- nata, quella che ci fa vivere la dimensione della gratuità e della comunione che si realizzano nell’essere popolo che nell’attesa si mette in cammino facendosi carico del fratello; non ci può essere Natale senza pensare a chi cammina con noi.

A Betlemme non possiamo arrivarci da soli; a Betlemme non possiamo giun- gerci senza aver condiviso il cammino, il pane quotidiano, gioie e dolori con i no- stri fratelli. Non ci può essere Natale se non ci accorgiamo delle persone che sof- frono, di chi non ha più un tetto per ripararsi la notte, di chi ha perso il lavoro, di chi viene rifiutato dalla società, di chi viene continuamente maltrattato, di chi si sente solo. Queste saranno le persone con le quali potremo giungere a Betlemme; solo attraverso la loro presenza il Natale, nella nostra storia, sarà veramente Na- tale.  Natale  deve  rappresentare  la  distruzione  dei  muri  di  separazione,  andare contro corrente, farci dono e, come amava dire Giovanni Paolo II, gettare ponti.

È ormai luogo comune affermare che la società in cui viviamo è sempre più in- dividualista, dove tanti valori autentici si vanno perdendo; facciamo in modo che il nostro Natale sia il vivere e far vivere la comunione, cominciando da quei piccoli gesti: cominciando a parlare con i nostri fratelli, ri-cominciando ad accorgerci de- gli altri, ri-cominciando a vivere la quotidianità come dono ringraziando chi ce la offre. Ri-prendiamo in mano la nostra vita e facciamo in modo che porti frutti ab- bondanti.

Nella notte santa in cui accoglieremo l’invito della schiera degli angeli ad “an- dare” a contemplare il prodigio dell’Emmanuele, non saremo soli; tanti nostri fra- telli ci hanno sostenuto, ci hanno aiutato, ci hanno portato sulle spalle. Se possia- mo contemplare il mistero di Dio è perché essi ci hanno condotto fino a Betlemme.

Con affetto BUON NATALE A TUTTI, in particolare a chi soffre nel corpo o nello spirito.

vostro don Remigio

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