Alcuni spunti da discorsi di don Primo Mazzolari raccolti nel libro Come pecore in mezzo ai lupi ed. Chiarelettere, 2012.
Spunti che ci aiutino a fare scelte guardando al bene del paese, non solo e non soprattutto ai propri interessi personali.
"Mentre tutti deplorano e condannano, ogni cosa procede verso il peggio perché troppi sono coloro che hanno legato le proprie sorti o quelle del proprio partito alla politica del peggio. E poi ci si lamenta della diffidenza che gli onesti nutrono verso la politica.

Finché i partiti non si saranno scoperti e non proveranno con i fatti che almeno il caos del paese non lo vogliono, molta gente rimarrà assente e sfiduciata [...] Uomini non ci si improvvisa, e nella lotta politica italiana ciò che più dolorosamente sorprende è appunto la mancanza dell'uomo; non dell'uomo grande, di cui non vogliamo neanche sentir parlare, ma dell'uomo reale, col suo modesto, insostituibile corredo di qualità morali [...] Prima di essere ammessi a un partito ci vorrebbe la promozione a uomo. Allora ci si intenderebbe più facilmente, e la politica sarebbe un'occupazione meno vuota [...] Per chi ha bisogno d'arrivare unicamente al potere e di tenerlo a qualsiasi costo è più redditizia l'apparizione delle comparse che quella dell'uomo. Le comparse si nutrono del peggio, mentre l'uomo osa chiedere un po' di pane, un po' di giustizia, un po' di libertà per tutti. (pp. 5-7) (25 settembre 1945).
"Credo che nessuno mi voglia far credere che tutta la democrazia consista nel fatto che uno può dire o stampare un'opinione diversa dagli altri [...] Democrazia è riconoscere che al mondo ci siamo in tanti e con diritti eguali e che c'è posto per tutti se glielo lasciamo: e pane, e aria, e terra e acqua per tutti, se non glielo rubiamo o distruggiamo.
Democrazia è far vivere ... Il modo di uccidere non importa.
Democrazia vuol dire non soltanto le strade sicure, le banche sicure, ma anche il pane, anche la giustizia, anche il lavoro sicuro. Vuol dire far lavorare e aver voglia di lavorare per non essere a carico di nessuno, fi nché ci possiamo provvedere da noi ... (p. 9) (25 settembre 1946) Ci impegniamo, noi e non gli altri, unicamente noi e non gli altri, né chi sta in alto né chi sta in basso, né chi crede né chi non crede.
Ci impegniamo, senza pretendere che altri s'impegnino con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.
Ci impegniamo, senza giudicare chi non s'impegna, senza accusare chi non s'impegna, senza condannare chi non s'impegna, senza cercare il perché non s'impegna, senza disimpegnarci perché altri non s'impegna.
Sappiamo di non poter nulla su alcuno, né vogliamo forzar la mano ad alcuno, devoti come siamo e come intendiamo rimanere al libero movimento di ogni spirito più che al successo di noi stessi o dei nostri convincimenti.
Ci impegniamo, per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita.
Una ragione che non sia una delle tante ragioni che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore, un utile che non sia una delle solite trappole generosamente offerte ai giovani dalla gente pratica.
Si vive una sola volta e non vogliamo essere "giocati" in nome di nessun piccolo interesse.
Non ci interessa la carriera, non ci interessa il denaro, non ci interessa la donna se ce la presentate come femmina soltanto. Non ci interessa il successo, né di noi stessi né delle nostre idee. Non ci interessa passare alla storia. Abbiamo il cuore giovane e ci fa paura il freddo della carta e dei marmi. Non ci interessa né l'essere eroi né l'essere traditori davanti agli uomini se ci costasse la fedeltà a noi stessi.
Ci interessa di perderci per qualche cosa o per qualcuno che rimarrà anche dopo che noi saremo passati [...] pp. 12-13 [...] Un popolo che stenta a vivere e conta a milioni i suoi disoccupati e ha lo schifo dei pochi avventurieri che buttano via volgarmente il denaro, ha diritto di vedere che almeno gli uomini da lui scelti per governarlo, se non proprio poveri, siano almeno distaccati, in omaggio a quello spirito di povertà da cui prendono nome e vanto.
La delusione sarebbe troppo dura se fossimo costretti a concludere che le dottrine sono delle pure etichette e che i primi posti e le larghe prebende piacciono tanto ai materialisti che agli spiritualisti, e che gli uni e gli altri, raggiunti certi posti, lasciano che il traffi co dei loro collaboratori licenzi o screditi la giustizia, che è l'attesa della povera gente. pp. 18-19 (15 giugno 1950) Sono passati più di sessant'anni da questi scritti.
Quanto dovremo aspettare per avere uomini reali per avere una democrazia degna di tale nome, perché chi viene eletto si curi soprattutto della giustizia?

Con speranza vostro don Remigio

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