Nello scorso articolo ci si riferiva al rapporto presente tra fede e malattia, tra la patologia e i significati teologici\ filosofici si possono dedurre dai testi biblici.
Qui invece parleremo di alcune evidenze scientifiche recenti riportate da importanti ricercatori che possono motivare ancor più la consapevolezza dei credenti (e non solo...) sull’utilità terapeutica della spiritualità.
Molti sono rimasti sorpresi dai risultati dell’ennesimo studio secondo il quale coloro che frequentano con regolarità i sacramenti cristiani hanno anche una maggiore aspettativa di vita.
La ricerca, durata vent’anni coinvolgendo quasi 75.000 donne con varie patologie , è stata pubblicata sulla rivista dell’American Medical Association (la JAMA Internal Medicine) ed è stata diffusa sui principali media internazionali.
Nella ricerca i sono state elencate decine e decine di studi che hanno portato a risultati identici, rilevando più volte che i credenti praticanti hanno migliori rapporti matrimoniali, minori sintomi depressivi, minori dipendenze (alcool e droga), maggior auto-controllo, migliore salute mentale e fisica, miglior successo scolastico, tassi più alti di felicità e ottimismo, minori tassi di criminalità e delinquenza, guarigione più veloce dopo una malattia ecc.
Tutto opportunamente documentato.
In altre parole si è notato come, cito testualmente la ricerca: “Tra le donne partecipanti 74 534, ci sono stati 13 537 morti, tra cui 2721 a causa di morti cardiovascolari e 4479 a causa di decessi per cancro.
Dopo un cambiamento dello stile di vita e la partecipazione a servizi religiosi dal 1992, si è notato alle persone che frequentano un servizio religioso più di una volta alla settimana è stato associato il 33% di possibilità di un venir meno di tutte le cause di mortalità rispetto alle donne che non avevano mai partecipato ai servizi religiosi [...] la presenza frequente alle funzioni religiose è associata significativamente al rischio più basso di tutte le patologie cardiovascolari e alla mortalità per cancro.
La religione e la spiritualità sono una risorsa sottovalutata che i medici potrebbero invece esplorare con i loro pazienti, a seconda dei casi “ Niente di magico in realtà e non si è trovata la fonte della salute. La ricerca non stà esaltando la semplice partecipazione ai sacramenti ma piuttosto la disposizione interiore che nasce in chi effettivamente si pone in un cammino di fede.
Non è un effetto placebo, un autoconvincersi che si guarirà, infatti Maria Beatrice Toro, psicoterapeuta e docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma commentando la ricerca afferma che «i meccanismi neurofisiologici che sono attivi nei soggetti altamente suggestionabili non risultano sovrapponibili a fenomeni osservati nei credenti.
Gli effetti, che oggi si sa essere benefici, della preghiera e della meditazione, vanno distinti da quelli del rilassamento, delle pratiche suggestive e ipnotiche, dall’effetto placebo ».
È piuttosto il frutto più maturo di uno stato interiore luminoso, positivo,non solo associato ma fatto nascere proprio dalla fiducia nella Vita e in Dio.
È l’incontro personale con Dio dona un senso eterno alla percepita finitudine dell’uomo, da questo nasce la gioia per la vita, la gratitudine di riconoscersi amati, la dedizione per gli altri, la capacità di perdono, il legame fraterno con i compagni di strada e la piena autorealizzazione, indipendentemente dai reali successi mondani.
Allo stesso tempo, tutto questo genera uno sviluppo umano adeguato che, nella necessità, può fare decisamente la differenza.
La fede è un dono che arriva quando si inizia ad usare la ragione in autentica apertura alla possibilità del Mistero, a vivere come se Dio ci fosse.
«Allo stesso tempo, Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti», ci ha insegnato Benedetto XVI. E questa ragione illuminata non può che portare conseguenze anche sul benessere psico-fisico, come la letteratura scientifica segnala.
Tutto ciò alimenta e rilancia l’impegno che i credenti devono avere nei confronti dei pazienti perché non è più solo un fatto legato alla compassione da avere verso il prossimo ma è un mezzo molto potente anche per vivere la patologia, qualunque sia, con una fondamento interiore diverso, capace anche di sostenere profondamente il processo di guarigione che la scienza persegue.

dD

"niente paura"


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