Nei tempi lontani, specie in campagna, il piccino nasceva in casa e il parto veniva assistito dalla levatrice (mammana, comare). La puerpera provvedeva col suo seno a nutrire il neonato in quanto il latte materno era molto indicato per una crescita sana ed equilibrata.
Fino ai sei anni i piccini venivano guardati ed assistiti dalla mamma che, poverina, sfornava figlioli a ritmo biennale.
Nel primo anno di vita il neonato stava fasciato come una mummia egizia entro un imbuto ligneo chiamato “buso”. Non usufruiva di alcuna libertà di movimento.
Nel secondo anno poteva sgambattare in una rudimentale struttura detta “el passejo” e lì si cimentava con il movimento e i primi passi. Era certamente una costrizione, ma quelli attrezzi aiutavano la sua formazione fisica. I bimbi usciti dalle pastoie condizionanti dei primi anni di vita erano in grado di muoversi liberamente in casa e nell’ambiente circostante.
Raggiunta l’età dell’obbligo, i famosi sei anni, e con una certa apprensione anch’io feci il mio ingresso nella scuola rurale di Cà Onorai che allora era formata dal solo piano terra per frequentare il ciclo inferiore delle elementari.
Quell’edificio scolastico serviva una vasta zona del paese, sul settore Nord. Le altre scuole rurali, situate ai margini del Cittadellese, e meno abitate, vevnivano servite da un solo insegnante.
I miei ricordi sull’approccio con la scuola e alla vita di comunità sono uguali a quelli degli altri alunni e specie nei primi giorni non lo si viveva con entusiasmo. Ben presto capii che iniziavano i problemi della vita e bisognava adeguarsi.
Fui molto fortunato ad incontrare una maestra che sapeva incantare i bimbi con la sua parlata fiorentina, con la sua abilità didattica e la sua forte professionalità. Era figlia del capostazione delle ferrovie di Cittadella e mostrava sempre ai suoi allievi un volto sorridente e materno. Con la sua voce aggraziata, dolce, affascinante attirava l’attenzione della scolaresca.
Quando leggeva alcuni brati tratti dal libro “Cuore” o “Le avventure di Pinocchio” a molti venivano le lacrime agli occhi. Si chiamava EMMA BALDI ed era un’educatrice di alto valore culturale e morale. Fui suo allievo per tutti e tre gli anni del ciclo inferiore superati gli esami passai al ciclo superiore che esisteva nel Capoluogo, anche se mi dispiaceva tanto lasciare la mia prima scuola e la cara Maestra.
In paese completai i due anni del ciclo obbligatorio: quarta e quinta.
Allora si vivevano tempi grami e per riscaldare la grande aula che serviva per oltre cinquanta alunni, si doveva portare da casa qualche ciocco, più o meno essiccato, altrimenti si restava al freddo.
Fui allievo del Maestro CIRO BIANCHI; un uomo poco espansivo, ma intelligente, disponibile all’ascolto, amante della cultura e soprattutto della musica. Era un uomo giusto e preciso nel giudicare i ragazzi ed insegnava loro ad essere liberi e non succubi di certa politica.
Poi iniziai la Scuola secondaria e a modo mio e con le solide basi elementari acquisite raggiunsi un qualificato diploma di maturità.
Passarono gli anni e al mio rientro dall’internamento dei lager tedeschi cominciai ad operare nel settore scolastico.
Il metodo educativo era quello tradizionale e non ancora impostato sugli Studi dei moderni pensatori ed esperti in campo pedagogico.
L’insegnamento era piuttosto severo e insisteva sulla corretta grafia dello scrivere, si studiavano le precise norme grammaticali, si imparavano molto bene le tabelline, da usare negli esercizi aritmetici, si facevano giornalieri compiti di lingua per acquisitre le giuste norme lessicali e si davano ad imparare a memoria tante poesie per affinare il gusto del bello e dei sentimenti.
Contro quel tipo di insegnamento nozionistico si lanciano molti strali; non dava spazio alla creatività del singolo, c’era troppa disciplina e poca attenzione alla maturazione civile e libertaria della persona.
Da allora quanta strada si è fatta, quanta libertà concessa e i piccoli, supportati da madri ansiose, si ribellano contro il maestro e non amano la disciplina e le buone regole scolastiche.
I rapporti tra docente e scolaro sono improntati a un “tu” troppo confidenziale, perciò consigli e suggerimenti hanno il sapore del “vecchio”.
Durante i vecchi tempi, tanto contestati, il rapporto fra maestro e scolaro non solo era rispettoso, ma anche permeato da un forte calore umano che infondeva fiducia tra persone di età diversa per cui si ottennero buoni risultati culturali e formativi.
Il 18 agosto 1945 tornai in paese dalla prigionia e fisicamente distrutto, perché i patimenti subìti nei lager si vedevano e come, ed era sparita la prestanza fisica della giovinezza. Proprio quel giorno venivano traslate in cimitero le spoglie mortali del partigiano LUIGI PIEROBON, ucciso un anno prima dai tedeschi in Padova. Tra la massa che partecipava alle sue onoranze funebri c’era anche la sig. Emma Baldi, la quale si accorse di me che, tutto stracciato, mi avviavo verso casa, mi corse incontro, mi abbracciò dicendo: « Eravate i miei alunni più attenti e capaci, tu rientri visibilmente distrutto e Luigi, dopo la barbara morte, finalmente riposa fra la sua gente nel nostro cimitero ».
Avrei avuto tanto piacere incontrarla nelle riunioni magistrali di Circolo per ringraziarla di quanto aveva fatto per me e di mostrarle tutta la mia riconoscenza. C’erano anche allora bravissimi Maestri e dal grande cuore!

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