Questo numero del bollettino è doppio (dicembre e gennaio).
Quando uscirà il prossimo, vedrete già al tetto tutto il patronato (esclusa, forse, la sala polivalente).
Vorrei affidare a queste pagine alcune confidenze, alcuni pensieri che mi hanno sorretto in questi anni. (Penso che sul patronato non scriverò più sul bollettino se non a lavori ultimati).

Quando sono arrivato a Cittadella il 1° ottobre del ’95, mai avrei pensato di dovermi occupare di tante strutture della comunità che accolgono ragazzi e giovani, adulti e anziani per le loro attività formative e ricreative.
La mia laurea in teologia spirituale, e prima in psicologia, mi facevano ritenere che compito quasi esclusivo sarebbe stato quello di condividere un cammino spirituale con singoli cristiani, con gruppi, con la comunità tutta.
Cosa che ho sempre cercato di fare e che farò sempre più volentieri.
Ma non potevo non guardare anche agli ambienti che la comunità frequenta.
In questi anni ho visto sorgere o ristrutturare tante case, frutto, molto spesso, dell’aiuto economico di papà e mamme preoccupati per una dignitosa sistemazione dei propri figli.
Per il dottorato in teologia spirituale ho svolto la tesi su Elia Dalla Costa, che è stato Vescovo di Padova dal 1923 al 1932 e poi Cardinale di Firenze fino quasi alla morte.
Durante le Visite pastorali, che soleva fare alle singole parrocchie, c’era un aspetto sul quale poneva particolare attenzione (oltre, naturalmente, alla catechesi, alla liturgia, alla carità, ai seminari, all’Azione Cattolica, ecc. ): il patrimonio sacro. Riporto alcune sue espressioni al riguardo.
« Con le chiese e con le canoniche non saranno dimenticati i benefici ecclesiastici come pure tutti quegli ambienti che nella parrocchia sono una dote preziosa della Chiesa, come le aule per la dottrina cristiana, i fabbricati per oratori, patronati, asili infantili. Tutto ciò è patrimonio della Chiesa e l’Arcivescovo ne avrà maggior cura che dei propri beni, se ne avesse ».
Io mi trovo nella stessa condizione del card. Dalla Costa: non ho beni immobili personali di nessun genere. Il Cardinale diceva che se non avesse curato i suoi interessi personali non avrebbe avuto responsabilità davanti al Signore, ma trascurando il patrimonio della Chiesa avrebbe compromesso “gravemente” la sua coscienza.
Il parroco doveva usare del provento dei beni terrieri « provveduti dalla fede, pietà e generosità degli antenati » – scriveva – per il suo “onesto sostentamento” e per “opere pie”. Ma non poteva dimenticarsi di dover amministrare come un “buon padre di famiglia”, il quale « per nessun motivo si adatta a impoverire il patrimonio che passerà ai figlioli, ma lo migliorerà assiduamente ». E questo non avrebbe compromesso la dignità e l’efficacia del ministero spirituale.
Riguardo alla canonica scriveva nel bollettino, quando era ancora vescovo di Padova: La canonica, lungi dall’essere “un palazzo o una stamberga”, sia una casa “sana, decorosa, ampia sufficientemente”.
E ogni sacerdote pensi non solo a sé – « a me questa canonica basta » – ma anche a coloro che verranno dopo di lui, curando di tenerla con decoro o di farne una nuova.
Infine sottolineava come, ristrutturando o costruendo nuove chiese, oratori, asili, veniva offerta possibilità di lavoro a decine di persone.
Lo sa il Signore come avrei desiderato non occuparmi di strutture e non preoccuparmi per far fronte ai problemi economici connessi.
Ma confido nella Provvidenza che sa suscitare sempre persone responsabili e generose.


Don Remigio


 

IL NATALE

Lo si sente nell’aria
lo si legge negli occhi:
è Natale.
Con l’arrivo della
Divina Creatura
ci sarà pace, solidarietà
e rispetto per la natura.
Ma, in questo mondo
così meschino e sazio,
solo ai consumi
abbiamo dato spazio.
A te o Signore, poco tempo
abbiamo riservato
e se non ci pentiremo
dei nostri errori
ne avremmo sempre
e solo dolori.
Vuota i nostri cuori
dai cattivi pensieri
e rendici finalmente
uomini veri.
Perdonaci e aiutaci
nel bene e nel male
anche quest’anno
per il Santo Natale.

Frasson Bruno

 

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