È questo il titolo di uno dei percorsi proposti dal Centro Missionario di Padova, grazie al quale è iniziata, a novembre dello scorso anno, la preparazione ai nostri viaggi in Ecuador e in Uganda. Si tratta di un itinerario annuale rivolto ai giovani-adulti dai 20 ai 40 anni; prevede un incontro mensile e ha come scopo principale il far conoscere, vivere e incontrare le realtà di missione in diversi Paesi.
Durante I’anno ci è stata data la possibilità di confrontarci con missionari e docenti universitari su alcune tematiche legate al rapporto tra Paesi del Sud del Mondo e la nostra realtà “occidentale“ (o, vista dall’Ecuador, “orientale“!): dai concetti di globalizzazione e di sviluppo sostenibile all’interculturalità, dalla conoscenza di sé e dell’altro fino alla testimonianza diretta sui paesi e sulle realtà scelte come mete per i viaggi, in particolare Ecuador, Uganda, Kenya e Messico. Quale l’idea di fondo nell’affrontare un viaggio di questo tipo, che sicuramente non può essere definito “turistico“ in senso stretto? Per chiarirla un po’ riportiamo alcune righe che ci sono state proposte proprio dal Centro Missionario: È possibile viaggiare portando con sé, come una corazza difensiva, il proprio modo di pensare, le proprie tradizioni, la propria cultura.
Si può però viaggiare mescolandosi con chi si incontra, parlare la loro lingua, mangiare il loro cibo, ascoltare la loro musica: imparare dagli altri, incrociare le reciproche culture. Scopriremo, in questo modo, che le cose che contano, più che la meta finale, sono il viaggio per raggiungerla e la ricchezza che il viaggiare ci dona.
Tra le nostre aspettative, prima di partire, era, infatti, molto forte quella di condividere un po’ di vita quotidiana con persone che vivono in situazioni molto diverse dalla nostra, così come il desiderio di incontrare, di conoscere, di imparare, di assaporare il gusto delle differenze e la gioia delle cose in comune. Oltre a questo, la consapevolezza di vivere all’interno di una realtà di missione e non di alberghi o villaggi turistici, inevitabilmente ci spingeva ad interrogarci anche sulla realtà di fede e di Chiesa che avremmo incontrato. Accanto a tutto ciò, inutile negarlo, erano presenti un po’ di timori, legati, ad esempio, alle condizioni igienico-sanitarie di questi paesi.
Ad ogni modo, mentre cercavamo di vincerli con un po’ di fiducia (e con vaccinazioni e medicinali vari!), è finalmente arrivato il 27 luglio, data prevista per la partenza per I’Ecuador e per l’Uganda.
E allora. . .

La parola all’Ecuador

Equador Letteralmente questo Stato, che si trova nella parte nord-occidentale dell’America Latina, prende il nome dalla linea equatoriale che passa per Quito, la capitale; ha una superficie di poco inferiore a quella italiana e una popolazione di 12 milioni di abitanti, concentrata soprattutto nelle città di Guayaquil, Quito e Cuenca. Il paesaggio è dei più vari, in quanto si passa dalla costa, che si affaccia sull’Oceano Pacifico, alla Sierra (con le alte cime andine), all’Oriente, ossia alla parte dominata dalla foresta amazzonica. Dei 20 giorni che abbiamo trascorso Iì, insieme con altri 5 giovani della diocesi, alcuni sono stati di servizio nella parrocchia “Maria Estrella de la Evangelizaciòn “ (dove ci
sono alcuni missionari padovani tra cui il nostro ex cappellano, don Mauro Da Rin Fioretto), a Nord di Quito; siamo stati ospitati da otto famiglie che ci hanno accolto molto calorosamente e con le quali abbiamo condiviso pasti, serate e chiacchierate. Negli altri giorni abbiamo avuto modo di visitare la città e di viaggiare un po’ per conoscere altri missionari padovani che lavorano sulla costa (a Tachina e a Rocafuerte), a S. Juan de Lachas e a Tulcan (situata a 3000 metri di altitudine
e a pochi chilometri dal confine con la Colombia).
È un po’ difficile descrivere in poche righe tutta la complessità che abbiamo incontrato e tutte le impressioni ed emozioni che abbiamo provato: forse ci sono due parole chiave che possono aiutarci a sintetizzarle. La prima DIVERSITÀ, dal momento che questo Paese ci ha offerto fin dall’inizio una enorme varietà di paesaggi, climi, vegetazione, cibi, bevande e soprattutto persone, con il loro bagaglio di tradizioni, costumi, culture e con le loro differenze anche socio-economiche. Diversità che ci hanno affascinato, stupito e, a volte, turbato.
La seconda è MISSIONE, intesa come SCAMBIO TRA CHIESE. È stato forte il confronto tra l’idea “tradizionale“di missione, che forse noi stessi avevamo, che consiste nel trasmettere il “nostro“ Dio a chi non lo conosce, e il nuovo modo di fare missione, che è un condividere Cristo, che lì c’è già (ed ha anche una dimensione molto umana e concreta)!

La parola all’Uganda
UgandaL’Uganda è un ampio stato situato nella zona centro orientale del continente africano conosciuta come regione dei laghi.
Questo “viaggio-pellegrinaggio“ nella Madre Africa I’ho potuto condividere con 4 compagni: Elena, Claudia, Emma e Giuseppe e con Suor Bruna Barollo, missionaria comboniana di origine veneta (che ormai però l’Uganda ha davvero adottato!), che ci ha accolto e fatto da guida e mamma in quei giorni. Dopo l’arrivo nella capitale Kampala e una giornata di viaggio attraverso strade asfaltate e polverose piste di terra rossa, l’arrivo tanto atteso in Karamoja ed in particolare nella missione di Matany! Il Karamoja è una regione situata a nord-est del Paese, al confine con Sudan e Kenya, un altopiano di circa 1400 metri ricoperto dalla savana. . . un paesaggio davvero mozzafiato, fatto di distese di erba (in agosto si è in piena stagione delle piogge), arbusti e acacie selvatiche e da un cielo che, immenso, domina su tutto e su tutti. Ad accoglierci i suoi abitanti, i Karimojong, persone fiere e dignitose, dedite prevalentemente alla pastorizia (dato che le condizioni geografiche rendono I’agricoltura estremamente difficile) e che fondano la loro vita sulle mucche, loro fonte di sopravvivenza, ma anche motivo di scontri e razzie tra i diversi gruppi etnici.
Durante i nostri giorni lì, abbiamo partecipato alla “vita“ di Matany: abbiamo potuto visitare e prestare il nostro servizio all’interno della parrocchia, dell’ospedale con i bimbi del reparto tubercolosi ed aiutando il personale nella distribuzione del cibo, e giocando con i bimbi della scuola materna. Nelle nostre giornate abbiamo poi potuto visitare alcuni villaggi a Matany e nei dintorni, condividendo con le persone, semplici ma intensi momenti di preghiera, di scambio, di allegria. Alcuni giorni sono stati poi dedicati alla visita delle vicine missioni comboniane di Kangole e Moroto, capoluogo del Karamoja e negli ultimi giorni della capitale Kampala.
A pochi giorni dal nostro ritorno è ancora un po’ difficile riassumere in poche righe il nostro periodo lì, ma è davvero grande il desiderio di raccontare, di raccontarvi il Karamoja . . . e forse più che un desiderio è un impegno preso: quello di far conoscere queste persone e di ricordarle nella preghiera.
Suor Bruna, prima del nostro ritorno in Italia, parlandoci di questo posto, di questa gente ha usato tre verbi: CAMMINARE-CONTEMPLARE-CELEBRARE.
E nel nostro camminare assieme, molti INCONTRI ci hanno segnato. . .
L’incontro con I’Africa, la sua povertà, la sua cultura così distante dalla nostra, i suoi contrasti e l’incapacità a volte di noi 5, giovani occidentali, nell’interpretare e dare un valore a ciò che vedevamo.
L’incontro con le persone, i Karimojong, che con i loro “Ejok“ (“ciao“, nella lingua locale) e “Toyai“ (“che tu sia vivo“), con i loro sguardi e strette di mano, inviti nelle loro capanne, regali persino (pannocchie, tacchini. . . ) ci hanno fatto sentire a casa, in una dimensione di accoglienza forse inaspettata.
L’incontro con i bimbi poi, bimbi che sanno attendere, che ci hanno trasmesso allegria con i loro sorrisi, le frequenti richieste di tam tam (le caramelle!) e con il loro scortarci lungo le strade. . .
bimbi che in questo periodo spesso si ammalano e muoiono di tubercolosi e malaria, ma che sembrano, anzi sono così felici!
L’incontro con la povertà, una povertà faticosa da guardare e toccare a volte, ma che non impedisce alle persone di avere una gran “ricchezza di spirito“. . .
E ancora, il contatto diretto con la figura del missionario, nell’incontro con i padri e le suore comboniane; uomini e donne tenaci, che grazie alla Fede e alla preghiera continuano a sperare, a far conoscere
Dio, a costruire, anche quando i risultati non sono sempre cosi immediati e visibili.
E l’incontro concreto con Dio attraverso la gente, con una preghiera fatta di concretezza (di mucche!), di canti e balli (o salti per meglio dire!), con una Fede che in alcune persone è fresca e nuova, in altre così profonda. . .
Forse questi viaggi non ci hanno rivoluzionato 1’esistenza, ma sicuramente non ci hanno lasciati indifferenti: ci hanno spinto a farci un bel po’ di domande, sulla nostra realtà, su come affrontare, dopo questa esperienza, il nostro quotidiano e su come poter essere missionari anche nel nostro paese.


Ferronato Martina, De Rossi Monica, Brotto Cristina, Cargnin Davide

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